La tradizione delle celebrazioni Pasquali a Bisignano

La tradizione delle celebrazioni pasquali a Bisignano

Articolo curato da
Francesco Fucile
 
Durante la Settimana Santa nella nostra Regione si ripetono suggestivi e antichi riti, che manifestano la fede dei nostri avi e rinnovano nel tempo quei valori religiosi sempre vivi nel sentimento popolare. Tra questi annoveriamo anche il culto del Venerdì Santo a Bisignano. La processione, che parte dalla chiesa di San Domenico nel quartiere di Santa Croce, è profondamente radicata nella popolazione bisignanese e costituisce uno dei momenti più rappresentativi e sentiti della sua tradizione religiosa. Vi è, infatti, una intensa partecipazione di popolo, che sente e vive come suo il dramma della Passione e morte di Cristo.

Già il Fiore nella sua Calabria Illustrata descriveva i giorni della Settimana Santa come «... giorni di molta santità per più capi; ora per la pompa de’ Sepolcri, quali in queste nostre parti si lavorano con molta bizzarria; ed ora per le sacre memore della Passione, e morte di Cristo Redentore; ond' è, che, e per l'uno, e per l'altro da per tutto si sente una tenerissima allegrezza di cuore».

L'origine di questa processione a Bisignano è antichissima e dai nostri antenati sappiamo che essa era il momento più importante della Settimana Santa e il suo svolgimento occupava gran parte della giornata. Così come oggi si svolge risale al 1609, come risulta da un'antica Platea della Confraternita della SS.ma Annunziata di Bisignano redatta nel XVII secolo. Infatti, in essa, sotto il titolo «delle processioni che fa la nostra Confraternita della SS.ma Annunciata», si parla dell'acquisto delle bare e dei Misteri, mentre negli anni antecedenti al 1609 venivano portati processionalmente solo la Croce e la statua raffigurante la Vergine Addolorata: «... Il Giovedì Santo dopo pranzo, o il Venerdì Santo matino in forma di mortificazione, ed alle volte con discipline va visitando li sepolcri della Città recitandosi il miserere. Quali processioni sono antichissime ritrovandosi (...) nella significatoria dell'anno 1616 e 17, nel foglio 110 et 128. II Venerdì Santo la sera fa la processione con il crocefisso in guisa d'andarsi a tumulare, e con la statua di Maria Vergine addolorata con dei cori di musici, che cantano il miserere, ed il Stabat Mater dolorosa, uscendo dalla chiesa nostra della SS.ma Annunciata andando a direttura alla Cattedrale, e girando per la città ritorna alla sudetta chiesa. Questa funzione è antichissima ritrovandosene le spese nell'antichissimi libri signifccatoriali, cioè dal 1600 continue spese di candele, torce come nel foglio 12‑13 e seg. Nel 1609 f. 62 si fanno bare, e li misteri della Passione, e si compra la carta per li lampioni. Anzi si faceva più solenne di oggi trovandosi gran spesa di candele, e specialmente nel 1604 f. 28 e nel 1610 fol. 80 si fece di spesa docati undici di cera nel Giovedi Santo. Quando credo sifosse fatta detta Processione come consta dal foglio 57 fol. 80, 83».

Nell'interessante manoscritto cartaceo è menzionata, fra l'altro, anche l'antichissima pratica della disciplina operata dalla Confraternita dell'Annunziata «in forma di mortificazione». Un valido aiuto per poter risalire, in modo abbastanza attendibile, all'origine della processione del Venerdì Santo ci viene fornito proprio ripercorrendo la storia della Confraternita dell'Annunziata, ponendo particolare attenzione alla pratica del rito della disciplina, avvenuto con l'istituzione dei Movimenti  dei  Flagellanti.

La disciplina, la pratica cioè della flagellazione volontaria, era già conosciuta e praticata dal monachesimo sia orientale che occidentale; per l'occidente è sufficiente ricordare i monaci irlandesi e poi camaldolesi. Il termine disciplina, nella spiritualità e nella pratica ascetico‑penitenziale del Medioevo, designò sia una forma particolare di punizione a carattere penitenziale, sia lo strumento mediante il quale essa veniva amministrata che era una verga flessibile, un bastone e, più tardi, un fascio di sarmenti o una frusta di cordicelle anche annodate. Era consuetudine fustigarsi sulle spalle o sulla schiena, da soli o reciprocamente. L'uso della disciplina, praticata nell'ambito monastico, fu fatto proprio nel secolo XIII da movimenti e da organizzazioni di laici. Nel 1260, l'anno della Terza Età o dello Spirito Santo, secondo la profezia di Gioacchino da Fiore, nacque a Perugia il Movimento dei Flagellanti, detti anche Battuti o Disciplinati, che organizzavano processioni di penitenza, flagellandosi pubblicamente per le vie e per le piazze. Questo movimento si diffuse in un primo momento soltanto nell'Italia centrosettentrionale ed in Europa.

I partecipanti praticavano la disciplina e si flagellavano per sentirsi più profondamente uniti alla passione del Signore. Indossavano un abito che lasciava scoperte le spalle, tra preghiere (salmi) e canti propri (laude) essi si flagellavano . Le Compagnie o Confraternite dei Disciplinati non poterono, però, penetrare nel XIII secolo nell'Italia meridionale per la decisa opposizione di Re Manfredi (1258‑1266) allora in lotta con il papato, ma subito dopo la caduta degli Svevi le Confraternite dei disciplinanti iniziarono a costituirsi anche nell'Italia meridionale. Infatti, nel 1300 e nel 1400 troviamo queste confraternite sparse un po’ dovunque nell'Italia meridionale. A Napoli compaiono nel 1304 con la Confraternita della S. Croce, mentre in Sicilia troviamo la Compagnia della Disciplina di Palermo nel 13068.

Notizie indirette per quanto riguarda la presenza in Calabria dei flagellanti o disciplinati le troviamo in un’inchiesta del 1361 affidata agli Arcivescovi di Benevento, di Napoli e di Salerno. Il Fiore, nel XVII secolo, a proposito della Settimana Santa, così si esprimeva: «Vengono questi sagri giorni più resi celebri per l'uso delle numerose Processioni mortificate, con ogni maniera di macerazione, quali si bagnano non saprei, se più di sangue di chi li pratica, o se di lacrime in chi le vede...».

Altre informazioni che testimoniano la penitenza pubblica della disciplina ‑ riferite soprattutto alle disposizioni che cercano di regolare l’uso di questa pratica ‑ le troviamo documentate nel Regesto Vaticano per la Calabria di F. Russo e in tanti altri scritti. Dopo il Concilio di Trento (1545‑1563) molte confraternite dei disciplinati hanno avuto una trasformazione, perdendo l'attributo di Confratariafustigantium e qualificandosi con altri titoli, quali ad esempio del SS.mo Rosario e del SS.mo Sacramento.

Di conseguenza questo mutamento, in molti casi, fece abbandonare anche la pratica della disciplina, rimanendo soltanto qualche elemento esteriore, come indossare il sacco nei cortei funebri o durante le processioni religiose . Oltre a queste Confraternite, ancor prima del Concilio Tridentino, furono stabilite in Calabria molte altre Congreghe di cui abbiamo documentazione. Fra queste annoveriamo sicuramente l'Arciconfraternita del Santissimo Sacramento nel quartiere di San Zaccaria, la cui platea di fondazione risale al 130213 e la Confraternita dellaSS.ma Annunziata anch'essa di origini molto antiche, probabilmente del XIV secolo come presume il Russo14 e, a dire del Pagano, sicuramente operante in Bisignano nel 1430 come risultava da una iscrizione su uno dei pilastri della Cappella tenuta dai confratelli dell'Annunziata, che successivamente la cedettero ai Domenicani, unitamente alle rendite corrispondenti, con atto rogato il 18 settembre del 147515. Un'analoga cessione si ricorda anche a Briatico, dove la Confraternita dei Disciplinati il 23 aprile 1498 offrì ai Domenicani la propria chiesa per addossarci un Convento. Sulla scorta delle nostre argomentazioni abbiamo ragione di credere che l'ipotesi avanzata dal Russo, circa l'origine della Confraternita della SS. ma Annunziata di Bisignano, abbia un valido fondamento e che in Bisignano la stessa fosse l'unica Congrega ad operare il Giovedì Santo e/o il Venerdì Santo la pratica della disciplina, pur non avendo espressamente l'appellativo di Confraternita fustigantium. Molto probabilmente, dunque, è a questo periodo che possiamo far risalire l'origine della processione del Venerdì Santo a Bisignano.

Tale notizia, infatti, sembra essere confermata anche dalla platea settecentesca della Confraternita dell'Annunziata, dove si afferma che «tale processione è antichissima». Originariamente i confratelli portavano processionalmente soltanto la croce, visitando «… li sepolcri della Città recitandosi il miserere ...» e solo successivamente  ‑ probabilmente dopo il Concilio di Trento, che regolò con norme teologiche ben precise la venerazione delle sacre immagini ‑ venne commissionata la statua dell'Addolorata. Nel XVII secolo, quindi, la processione era ordinata dai confratelli «con il crocefisso d'andarsi a tumulare, e con la statua di Maria Vergine addolorata, con dei chori di musici, che cantano il miserere, ed il Stabat Mater dolorosa ...» e, uscendo dalla chiesa della SS.ma Annunciata, andava «... a direttura alla Cattedrale, e girando per la città ritorna alla sudetta chiesa ...».

A nostro avviso, però, il dato più importante e straordinario è costituito dal fatto che ancora oggi rimangono intatte la partecipazione, la devozione e la spiritualità con cui, i bisignanesi preparano e vivono la Passione di Cristo.

Al Gloria della messa del Giovedì Santo (in cena Domini) le campane cessano di suonare fino al Sabato Santo, quando annunciano la resurrezione di Cristo. Al posto delle campane si suona la “toccara” dal suono intenso e rimbombante e in passato anche altri strumenti quali: la “schiattagnola” o “vattula”, dal suono secco e smorto, costituita da un asse di legno dello spessore di qualche centimetro con impugnatura e su entrambi i lati due maniglie mobili in ferro, il “fischiettu” fatto con un cannello e lo “zurruzurru”,o “raganella”, anch’esso realizzato con un cannello o in legno. Un posto rilevante nel Giovedì Santo è occupato dal sepolcro in cui viene depositato il Santissimo per la pubblica adorazione dei fedeli: questo nella chiesa di San Domenico viene preparato all'altare maggiore con grande cura, abbellito con degli archi di tela che insieme agli altri ornamenti costituiscono un decoro unico e suggestivo. La notte del Giovedì Santo i giovani facevano a gara per aggiudicarsi l'incanto della “trumma” dal suono malinconico ed echeggiante e con essa giravano le vie del paese. Ritornando alla processione, fino alla seconda metà del secolo XX essa era preceduta da una preparazione di due giorni  (mercoledì e giovedì santo) con un solenne rito detto delle “prifizij”, durante il quale venivano cantati dai sacerdoti e da un apposito coro le lamentazioni del profeta Geremia. Al mattino del Venerdì i fedeli si recavano in chiesa davanti alla quale era possibile partecipare all'aggiudicazione degli incanti delle statue che venivano portate processionalmente per le vie principali del paese: l'incanto della Madonna Addolorata era riservato ai “massari”, mentre quello di Gesù Morto spettava ai “mastri”. Terminata l'asta i gruppi vincitori andavano a disporsi vicino alla statua del Mistero che avevano scelto e così aveva inizio la processione.Precedeva tutti la tromba, subito dopo venivano i ragazzi con il pennone e con una croce di legno ricoperta con un panno di lino bianco, seguivano i confratelli delle varie Congreghe, quindi venivano come descrive il Pagano: «una gran frotta di fanciulli con una corona di spine sul capo e con le braccia incrociate sul petto ...». Poi seguivano, portate a spalle, le statue raffiguranti i principali misteri della Passione: Gesù all'orto, Gesù alla colonna, Gesù alla canna, Gesù che porta la croce, Gesù in croce e Gesù morto. Per ultima seguiva la statua della Vergine Addolorata. Lungo il tragitto si facevano delle soste, durante le quali il coro eseguiva dei canti scritti dal Vescovo di Bisignano, Mons. Livio Parladore (1849–1888). La  prima e più importante sosta, che durava tre ore, avveniva nella chiesa Cattedrale, dove la processione arrivava alle ore dodici. Qui il padre predicatore, dal pulpito, faceva una lunga predica detta “tri uri ir’agunia”. Oggi non si usa più quanto descritto dal Pagano: l’inizio della processione avviene di pomeriggio, sono venute meno le numerose Confraternite, eccetto quella dell’Immacolata Concezione del rione Piano, si è spenta l’usanza degli incanti e quella delle “tre ore d’agonia” nella chiesa Cattedrale. Tuttavia, il tradizionale tragitto è rimasto pressoché invariato.

Un altro riferimento importante che testimonia l’origine remota del culto del Venerdì Santo a Bisignano è costituito dai canti popolari della Passione. Fra i tanti, intonati dalle donne più anziane, riportiamo i versi di tre antichissimi e significativi canti :

 ‘U lamienturi Maria (Il lamento di Maria).

Sintitilulamienturi Maria
o bona genti chi vi cci truvati,
c’ha persulu suo fligliuppi’ li vij
e molu va truvannuppi’ li shtrati.
Pinzanni: sula sula mi ricuogliu
senza ritiaprizziusufigliu.
Chiamatimi a Giuvannicaluvuogliu
quantu m’ajutari a chiangiri a mio figliu.
E San Giuvanni, ch’era durcicumpuortu,
sempri a Maria runavacunzigli:
scunzulata Maria cumu ‘amu fari?
Rilu tuo figliucchi nova ni puorti?
Jura si luvinnìa trenta rinara
quannufacìa ‘razioni all’uortu.
Jurappi’ lutraririfuozirannatu
schiavu si ficiril’eternufuocu.
Figliu ‘ssichiaghi ti borràsanari.
Matri su’ granni e gruossi li rulura.
Matrippi’ mia rimeriu nu’ ci nnari,
si cci nnifuossini nu’ nnitruoveraj.
Si quarchi mamma perdirilu suo figliu,
luperdirialluliettuer è malatu,
d’amici e di parientivisitatu;
‘nguientupìgliatipriziusufigliu.
Maria l’ha persu a nu truncunuri crucia,
malitrattatuccumillirispietti.
Oh mia Matri si mi vu’ vìriri
a monti iruCarivaniu ari vinìri,
calla mi truovututtu ‘nsanguinatu
e dilusangu mia riscordatinni.
Vuogliu ‘na vesta ri ‘ssunigurupannu,
tutti appriessiri mia vinitivinni.
Chi l’ha dittu ‘u vennarier’èdiunu
guaragnatririci anni ripirdunu.
Chi l’avissadittu ‘u vennaripassatu
Guaragnatririci anni ri piccati.
Mi junnu ‘nterra e nièpita mi pigliu,
nissuna mamma mora ppi’ ‘nu figliu.

Questo canto ci suggerisce di fare una riflessione sulle basi delle discussioni conciliari, a volte trascurate, almeno a partire dal Concilio Quintosesto in Trullo tenutosi a Costantinopoli nel 692. Gli effetti prodotti dalle disposizioni conciliari hanno avuto, infatti, un’influenza notevole non solo sulla liturgia, ma anche sulle espressioni di cultura popolare religiosa, con cui il popolo ha sempre manifestato il suo sentimento religioso.

In ambito costantinopolitano fin dal IX secolo si affermò la nuova liturgia   della Passione che pose l’accento proprio sul corpo sofferente del Cristo e sul pianto della Vergine.

In un testo del IX secolo, qual è l’omelia di San Giorgio di Nicomedia, si dice che «Maria bacia le ferite del corpo immobile, le silenti labbra del creatore della parola e gli occhi chiusi del creatore della luce, gli parla, sorregge il corpo di Colui che ella stringe a sé da quando era ancora un bambino ed ora cadavere fra le sue braccia». Come è stato dimostrato, tale liturgia della Passione si affermò soprattutto nei monasteri costantinopolitani. Nel Typikòn dell’XI secolo del monastero della Madonna della carità è prevista la lettura del kontakion del melode Romano in cui Maria parla a Cristo lungo il Calvario quando Egli, come un agnello, viene “condotto al crudele sacrificio”. Nello stesso convento di Costantinopoli, durante l’uffizio della Passione del Venerdì Santo viene recitata e/o cantata la Lamentazione della Madonna. È opportuno osservare, però, che in Occidente la normativa del Concilio trullano non fu accettata, in quanto il Pontefice Sergio I dichiarò non validi gli atti di questo Concilio, introducendo, invece, nella liturgia della Messa l’Agnus Dei. Tutto ciò, ovviamente, costituì un freno teologico in Occidente sia alla diffusione della liturgia che alla rappresentazione del Cristo sofferente, imposti dal Concilio di Costantinopoli. Dall’altro va osservato, però, che la Diocesi di Bisignano nella seconda metà del secolo X fu aggregata a Reggio da Niceforo Foca, imperatore bizantino dal 963, il quale dopo aver riconquistato la Calabria e scacciato i longobardi dalla Valle del Crati, impose il rito bizantino alle Diocesi di Cosenza e Bisignano .

La posizione della Diocesi di Bisignano, unitamente a quella di Cosenza, risulta essere, però, contraddittoria fino al secolo XI, in quanto dalle fonti greche risulta dipendente da Reggio, mentre da quelle latine risulta essere dipendente da Salerno. Ciò era sicuramente dovuto al fatto che la cittadina era posta a metà strada tra le due Chiese Metropolitane, aspetto che la caratterizzava come diocesi di frontiera e questo permetteva ai vescovi di avere anche una certa libertà nell’amministrare il proprio distretto28. Abbiamo, pertanto, sufficienti motivi per ritenere che il canto in questione, pur non ascrivibile cronologicamente all’epoca del Concilio Quintosesto, è chiaramente ispirato alla liturgia della Passione di origine costantinopolitana. Una discorso a parte va fatto, invece, per gli altri due canti.

Jesusunannu ‘i vintitri uri (Gesù suonando le ventitre ore)

Jesusunannu ‘i vintitri uri,
Jesucircavalicienzia ara sua matri.
Oh mia matrighiuvaju a muriri,
vaju a pijari morti e passioni.
A nenti chi ‘ncignassàri a patiri
vuogliu la santa benerizioni
e buogliubenirittirifatiga
chillu c’ha fattu a mmiaccu’ beru cori.
Ccu’ beru cori e ccu’ buonumuriri
jiari in aguniatuttutrimannu.
Trema trimannu, suratuttusangu’,
surappisarivari a tutti quanti.
Chiangi Maria, chiangi; povera ronna,
calú tuo figlio è jutu alla cunnanna.
Nu’ chiangiri Maria ca ghillu torna,
ch’è statu cunnannatu a causa ranna.
Viri cavòpassariraMaronna,
viri su po’ truvariancùnabanna;
e l’ha truvatuligatu a ‘nna colonna
ccu’ ‘nnacurunari spini ‘nzini ‘nganna.
E rohi mio figlio, gavutu rosi e gavutugigliu,
vàscissa santa crucia quantuvasu ‘n frunta a tia.
E rohi mia matri, nu’ mi puonnu chiù vasciari,
su’ rua cori ‘i jurei e pu’ mi tòrnanu a ‘nchiuvillari.
E rhoi mia matri, va’ adduvu ‘a re Pilatu,
chillu c’ha Cristo a muortu t’ha cunnannatu.
E rohiPilatu mia!
Bona vinutariggina mia.
A mia m’è statu fatto nu grannutuortu,
avìa nu sulu figlio e mò m’è muortu.
Pijatissuvacilu e ssuvucalu,
‘ru figlio ri Maria non n’hajucchi fari.
E rohi mio filgiu, gavutu rosi e gavutugigliu,
vàscissa santa crucia quantuvasu ‘n frunta a tia.
E rohi mia matri, vàadduvu ‘a re Pilatu,
chillu c’ha Cristo a muortu t’ha cunnannatu.
E rohiPilatu mia!
Bona vinutariggina mia.
A mia m'è statu fatto nu grannutuortu,
avìa nu sulufigliu e mò m’è muortu.
Ohj Maria, ohj Maria
cumisi’grirazzari amara a tia.
Si viegnilluocu ‘na torchia ncanna ti fazzumìntiri,
tutti ira curta ti fazzugiriari.
M’avissa diventata surda e muta,
quannu ara curta ‘i Pilatusugnuvinuta.

Ar’uraricumpreta (all’ora di compieta)

Ar’uraricumpreta fo pijatu
lucuorpusanturiNoshtruSignuri,
a ‘nnaculonnafuozifragillatu
er alla testa misa la curuna.
Oh figliusanturil’Addulurata,
ricincuchianghi quali pungià di chiù?
Oh mia matri mi pungianuguali
e chillairucustatupungià di chiù.
Oh mia matriamo chi si bbinuta
nu’ m’ha purtatu ‘naprisari acqua.
Figlui l’acqua l’ha criatatuni,
feleeracitu a ttia t’hanurunatu.
Rammíni, Gesù mia, ri ‘ss’acqua vita
quantu n’ha ratu alla sammaritana.
Tu figliu, mò si ‘nchiuvatu,
porta la cruci valurusa e forti.

Fin dal XIII secolo la recita delle ore canoniche fu unita al ricordo dei vari momenti della Passione di Cristo . Essa fu divisa in sette parti, una per ora canonica . Dalla meditazione secondo le sette ore canoniche si passò in seguito al ricordo della Passione in ogni ora del giorno. All'inizio del 1300 il domenicano Bertoldo scrisse in latino e in tedesco un trattato sulla passione diviso in 24 ore dal titolo Horologiumdevotionis circa vitam Christi. Gli orologi della Passione, si diffusero in un primo momento in Germania  ‑ prima della riforma ‑ e successivamente anche in Italia; ad essi si ispirò S. Alfonso nei suoi scritti sulla Passione31 . Per la Calabria possiamo ricordare la lauda sacra del Beato Angelo di Acri (1669‑1739): «Gesù piissimo ossia Orologio della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo»32. Anche in questa prospettiva storica prendono significato i canti popolari calabresi ‑ come quelli che abbiamo precedentemente citati ‑ chiamati ancora oggi orologi della Passione e che vengono cantati durante la Settimana Santa.

Contatti

Associazione Culturale Rione Santa Croce
Viale Principe di Piemonte, 110
87043 Bisignano (CS)
rionesantacroce@virgilio.it

Social

      

 

Sponsor

CASEIFICIO STRATICO'
Via Vritta, 15 - 87043 Bisignano (CS) Italy
0984 94 92 10